giovedì 18 marzo 2010

Il potere di.

Non mi interessa l'ascia bipenne.
Non chiedo l'invisibilità.
Non voglio trasformarmi in roccia.
Non mi sento di gomma.
Non divento tutto verde.
Non sogno una forza sovrumana.
Non ho il dono dell'ubiquità.
Non sarebbe bello arrivare sulla luna con un salto.
Non sarebbe cortese una vista a raggi x.
Non sputo fuoco.
Non sono attratto dalla lettura della mente.
Non chiedo di influenzare i pensieri della gente.
Non corro più veloce della luce.
Ma se proprio dovessi essere morso da qualche ragno radioattivo, gli chiederei di darmi un altro potere.
Il controllo del tempo.
Solo nella funzionalità di stand-by.
Per riposare mezz'ora in più al mattino, arrivando puntuale al lavoro.
Per non dover saltare pausa pranzo.
Per entrare in un negozio anche alle 19.29.
Per leggere tutti i libri che mi attendono sul comodino.
Per ricaricare il cellulare in un attimo.
Per amoreggiare una notte intera.
Per non far scadere l'insalata in frigo.
Per fare la lavatrice alle due di notte.
Per arrivare primo alla maratona di New York.
Per riprendere il mio tempo.

martedì 16 marzo 2010

Liftingba (come "rifarsi" vivi, dopo essere morti).

Sulla via di Damasco, incontrai un mezzo busto e due gambe.
Il primo mi insegnò a restare fermo nelle mie decisioni.
Le seconde a correre sopra nessuna impronta già stampata a terra.

Poi chiusi il libro e chiesi al comodino cosa offriva il programma del giorno dopo. Uguale al giorno prima di fissare altri programmi, mi rispose.

giovedì 11 marzo 2010

L'uomo che si sentiva un codice colore.

Il grigio dei capelli.
Il grigio della cenere.
Il grigiore delle città industrializzate.
Ma anche la materia grigia.
Il grigio perla.
Il grigio come espressione di equilibrio perché nasce dal miscuglio di bianco e nero.

E come l'80% del mio guardaroba.

ps: considerazione nata dopo aver acquistato 3 capi grigi nel giro di mezz'ora.

venerdì 5 marzo 2010

Una cosa che non capisco.

Ultimo campagna pubblicitaria Volvo:
"Nella vita c’è molto più di una Volvo.
Ecco perché ne guidi una.
"

Ti devi accontentare?
Poco pubblicitario.
La Volvo è tutto nella vita?
Non dice questo.

Ma che c***o vuol dire?

mercoledì 3 marzo 2010

Storia di una mano destra che volle essere famosa.

Alla Prima di Mine Vaganti.
Dopo la visione, fuori dal cinema.
Con un bicchiere di vino bianco nel sangue.
Mi allontano dalle olive ascolane del banchetto.
Cerco, ma non trovo Ozpetek.
Lo conosco.
Ci conosciamo, abbiamo appena fatto un lavoro insieme.
Una sua occhiata sbucata dal nulla fra mille braccia e saluti mi conduce da lui.
Pochi passi e divento perplesso.
Accanto a sé ha l'ex divo delle ragazzine "mocciose",
ormai impegnato in una serie di film d'autore per ripulire la fedina penale.
Riccardo-tre-metri-sopra-il-cielo-Scamarcio.
La sua presenza un po' mi blocca.
Se proprio volessi salutare qualcuno del cast, mi butterei sulla Crescentini.
Assente, non giustificata. Almeno da me.
Ma io voglio salutare Ferzan.
Avanzo.
Eccomi.
"Complimenti."
"Grazie..."
(Ma che fa?)
Si gira verso quegli occhi di ghiaccio che hanno sciolto tante ragazzine.
"Lui è uno della pubblicità con il quale ho lavorato..."
(Ferzan, che fai)
Mi guarda.
Sento la sua faccia mono-espressiva da film western.
Mi sale un senso innaturale di orgoglio immotivato.
Decido di non fare la prima mossa.
In quel momento siamo due conoscenti di Ferzan.
Siamo alla pari.
Lui non è il divo, io non sono il suo fan.
Lui non è splendido, io non sono da buttare.
Anzi, per uno strano gioco prospettico mi sento 3 metri sopra il marciapiede di lui.
Lo guardo, dalle mie labbra non esce favella.
E' il suo turno, non il mio.
E' passato al massimo un secondo, ma nella mia testa siamo già ai titoli di coda.
Riccardo-Step- Scamarcio mi tende la mano.
(Aspetta ancora un po', resisti)
Accenno un movimento simile e speculare al suo.
(Ci sei quasi, resisti)
"Ciao... Riccardo."
(Hai vinto, ora tocca a te)
"Ciao... Mattia."
Ho rotto l'ordine delle cose.
Per soli due secondi, ma ho rovesciato la realtà.
E continuo a farlo (onestamente senza pensarci) non aggiungendo neanche un "bravo" a colui che è il protagonista del film.
Faccio di più.
Lo ignoro.
"Senti, Ferzan..."

lunedì 1 marzo 2010

Mistero svelato.

Sabato mi sono fatto una doppietta cinematografica.
Partendo dal film d'autore per arrivare all'opera più natalizia.
E alla fine ho capito il motivo per cui i cinepanettoni
incassano almeno 20 milioni di euro ogni anno.
Un passo alla volta.
Come primo film ho visto il Dott. Parnassus che aveva tutto per stupirmi.
Forse, però, la prematura morte di Ledger ha scombussolato la sceneggiatura stessa (tra l'altro l'attore entra in scena da impiccato: malaugurata previsione o portasfiga?).
Il bandolo della matassa della storia ad un certo punto sembra perdersi.
E la lentezza della narrazione non viene salvata dalla fantasmagoria delle immagini.
Se non fosse per un grande Tom Waits che interpreta il diavolo...

In seconda serata, invece, mi sono dedicato ad un film di tutt'altro respiro.
Natale a Beverly Hills.
Se lo analizziamo bene, non succede assolutamente nulla.
La storia è ridotta ai minimi termini e gli espedienti comici fanno parte del grande canovaccio da dove De Laurentis attinge ogni anno per farci un film.
Il solito De Sica che va dietro alle donne.
Il solito contrasto Roma- Milano.
I soliti giochi di parole sul sesso (Marchese Della Fregna).
Però questa trama silenziosa riesce a strapparti 2 o 3 risate (non di più).
E ti solleva i pensieri per 98 minuti.
Se osserviamo come il Dott. Parnassus duri 118 minuti, notiamo come ci siano solo 20 minuti di differenza. Eppure le reazioni alle loro visioni sono disparate. Si prova la netta sensazione che il tempo sia relativo: nello stesso passaggio temporale un minuto può valerne 10.
Morfeo sponsorizza Parnassus, Mercurio presenta De Sica.
Certo, il genere e il tema del film sono parte attiva nella spiegazione finale.
Però la sensazione di vuoto temporale che ti lascia De Sica credo sia il motivo del suo successo.
Ti spegne il cervello e te lo trasporta ad un'ora e mezza dopo, interrompendo i pensieri, i dubbi, i timori. Non ha nessuna pretesa, se non accompagnarti.
Esattamente come quando accendiamo la tv,
anche se siamo in un'altra stanza della casa.
Non importa cosa ci sia, basta che ci sia una voce.

Poi se, casualmente, 7 cinema su 10 programmano Natale a Beverly Hills...

sabato 27 febbraio 2010

Ammutolito.

Chi ha visto recentemente la Muti, sarà rimasto in stato interessante.
Nel senso di incuriosito: era realmente lei o era una nuova simil starlette (o star-letto?).
Purtroppo è lei.
Io che la ricordavo così bella nei film di Celentano, me la sono ritrovata statua di cera.
Ma cosa ha fatto? Anzi, cosa si è fatta? Semplice, rifatta.
Al punto da lasciar vedere il trucco e quindi anche l'inganno.
Come se io domani andassi in giro per Milano con una fluente coda di capelli.
Mi chiedo a cosa serve rifarsi, se tutti lo notano.
Nella perdita del proprio pudore si perde anche l'accettazione di sè.
Oltre al rispetto del pubblico per il quale hai scelto di andare sotto le grinfie di un chirurgo con le pupille marchiate dall'euro.
Il gioco vale la candela?
Non per le statua di cera.

mercoledì 24 febbraio 2010

Il mago di Ozpetek.

Il lato felice del mio lavoro è anche questo.
Entrare in contatto con persone che non incontreresti tutti i giorni.
E infatti non succede tutti i giorni, ma può capitare ogni tanto.
In certi casi ti possono deludere, in altri invece stupire.
Nel caso del regista, solo ottimi pareri.
Simpatico, friendly, anche umile a tratti.
Al punto da farsi trattare come un amicone dopo pochissimo tempo.
Prese in giro incluse.

martedì 23 febbraio 2010

Vascoooo... fiascoooo.

Alla fine è il quarto concerto di Vasco che vedo in 6 anni.
I numeri possono spaventare, se considerate il fatto che Vasco non mi piace.
Eppure, nonostante tante cose, vedo uno spiraglio di luce.
Credo che il palazzetto dello sport sia più ottimale per le ormai residue forze del rocker emiliano. Perché dall'energia si passa all'intimità, più congeniale per molte sue canzoni e più facile da ottenere in un Forum che in uno stadio da 80.000 persone.
Partiamo dal presupposto che l'80% delle canzoni eseguite non le conoscevo (tutte vecchie).
Tralasciamo il codice estetico del Vasco fatto di equilibri instabili sulle casse, di toccate di palle, di camminate leggiadre anche se di leggiadro in lui non c'è nulla.
Omettiamo qualsiasi considerazione sul primate seduto vicino. Forse l'uomo non ha fatto molta strada in 2000 anni di storia. Almeno, quell'uomo.
Certo, se togliamo togliamo, rimane ben poco.
Non è vero del tutto.
La scenografia, per la prima volta, non era male (negli altri concerti era pessima).
Meno tempi morti hanno permesso un'emozione continua e non a bocconi.
E il Blasco che strimpella da solo la chitarra nella solitudine del palco probabilmente ha acceso l'animo di molti.
Ma due sono le cose da ricordare.
La prima è la camminata finale dei chitarristi che sfilano come modelli sul palco, accompagnati dalla canzone più bella della serata: "Such a shame" dei Talk Talk.
La seconda è il bassista, detto Il gallo (s'intravede nella foto sulla destra).
Copia italiana triste di Keith Richards dei Rolling Stones.
L'unico a fumare mentre suona. L'unico a salutare il pubblico con una sigaretta in una mano e nell'altra una lattina di birra.
Molto rock.

Ammetto le mie debolezze.


Non c'è niente da fare.
Alla fine, l'anima pop viene fuori.
Erano un pò d'anni che avevo abbandonato Grignani, dopo la fulminazione sulla via di Damasco ricevuta dalla Fabbrica di plastica (album stupendo).
Però se uno ti piace, ti piace.
Non trovi spiegazioni ammissibili.
E' così. E' una roba "de panza".
Prendi questa canzone.
Considero il testo triste e non originale.
Però la canticchio e mi piace pure.